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Cronaca dei nostri tempi


Rischiando di essere ripetitivo, affermo un’ovvietà che fotografa il Bel Paese all’indomani delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile scorsi: l’Italia è spaccata a metà. Questo non perché vittima di una legge elettorale voluta e votata dal centrodestra, ma perché alla Camera dei deputati la coalizione facente capo a Romano Prodi ha ottenuto 19.002.598 voti (pari al 49,805% e a 340 seggi), quella facente capo a Silvio Berlusconi 18.977.843 (49,739% e 277 seggi). Al Senato della Repubblica invece quella facente capo a Berlusconi 17.153.256 e quella facente capo a Prodi 16.725.077. Il centrosinistra a Montecitorio, nonostante goda solamente di 24.755 voti di vantaggio, conta un premio di maggioranza pari ad una sessantina di parlamentari garantito dalla legge elettorale criticata anche all’indomani delle elezioni. A Palazzo Madama però il centrodestra (50,212 %) è in vantaggio di 428.179 voti, ma il centrosinistra (48,958 %) ha due senatori in più. Ciò rende la situazione davvero critica per il futuro governo perché la seconda camera rallenterà, e di non poco, i lavori parlamentari. In numerosissime commissioni infatti il numero di senatori di maggioranza ed opposizione si equivale. Del resto la sofferta elezione di Marini a Presidente del Senato ha già dato un assaggio di quel che potrà essere la legislatura. Non solo. Silvio Berlusconi riesce a confermare Forza Italia come primo partito con il 24%, seguita dai Democratici di Sinistra fermi al 17,4%. Ha votato il 2,2% in più delle elezioni del 2001 (l’83,6% contro l’81,4) ed ancora: le regioni più economicamente sviluppate del Paese (Puglia e Sicilia al sud, Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli al nord) si sono schierate con la Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi. Di fronte a questa realtà che vede il nostro Paese, come lo ha definito Ferrara, “come una mela spaccata” Silvio Berlusconi ha scritto al Corriere del 15 aprile: «si è di fronte a uno stallo, a una situazione nella quale, almeno sulla base del voto popolare, non ci sono né vincitori né vinti», perciò è necessario «ragionare insieme intorno a soluzioni nuove, dettate dalle nuove circostanze, per il governo delle istituzioni e del Paese. Un'intesa parziale, limitata nel tempo, per affrontare le immediate scadenze istituzionali, economiche e internazionali del Paese, non dovrebbe essere esclusa per principio». Nel solco tracciato da questa lettera il centrodestra ha proposto per la presidenza del Senato (dove la situazione è più critica) la candidatura di una figura istituzionale e terza rispetto ai due poli: Giulio Andreotti. Il centrosinistra ha risposto con un “niet”. L’Unione di Prodi si è presa Camera, Senato e lancia D’Alema alla corsa per il Quirinale. Con il risultato che il 50% degli italiani ed il nord industrializzato, che costituisce con il suo sistema di piccole e medie imprese l’ossatura della nostra economia, si trovano privi di qualunque tipo di rappresentanza istituzionale. Questa metà del Paese non trova rappresentanza nemmeno sugli organi di informazione, in particolare in quel circuito editoriale che fa capo ad alcuni grandi industriali e banchieri (De Benedetti, Della Valle, Montezemolo, Bazoli) che, appoggiando apertamente Prodi e la sua compagine, hanno descritto negli ultimi anni un declino economico che, evidentemente, non trovava e non trova riscontro nella realtà. Proprio Mario Draghi, neogovernatore della Banca d’Italia, ha recentemente dichiarato: «la ripresa c’è, è senza dubbio in corso. Ci sono segnali che dicono che l’economia va meglio». Il centro studi della Confindustria ha stimato nell’aprile 2006 un aumento del 4,32% della produzione manifatturiera. Gli ultimi dati Istat mostrano un tasso di occupazione stabile negli ultimi due anni al 57,5%, ed una diminuzione della disoccupazione rispetto al 2004 dello 0,3%, per un tasso del 7,7%. Risultati raggiunti grazie anche al contenimento dei conti pubblici: nel primo quadrimestre del 2006 contiamo un disavanzo di 34 miliardi (pari al 3,4% del Pil) a fronte dei 40 del primo quadrimestre del 2005.


 

Il centrosinistra che fa? Fino ad ora la voce grossa. Fausto Bertinotti, colui che ha portato centri sociali, autonomi e no global in Parlamento, ha affermato lo scorso 28 aprile nel suo discorso di insediamento come Presidente della Camera: «Il 25 aprile è la radice della nostra Repubblica. Vorrei che questa Assemblea potesse idealmente svolgersi a Marzabotto, in quel cimitero sopra una collina annegata nel verde, in un silenzio che esalta il ricordo del genocidio, degli orrori della guerra. Anche lì, signore deputate, signori deputati, è nata la nostra Costituzione, la sua irriducibile scelta di pace, riassunta nell'articolo 11 della Costituzione. (…). Perciò, vorrei che facessimo insieme, nell'avvio di questi nostri lavori, un pellegrinaggio, il pellegrinaggio che Piero Calamandrei indicava ai giovani. Ha scritto Piero Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità... andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”». Da chi vorrebbe rifondare il comunismo, nel momento in cui assume un ruolo istituzionale, per ciò garante dell’interesse di tutti, ci aspetteremmo un atto di onestà intellettuale e storica come quello dell’ex segretario di Palmiro Togliatti, Massimo Caprara: «Uscii dal Pci perché aveva una forma conflittuale con l’essenza ultima dell’uomo; il Comunismo non è dalla parte dell’uomo, è dalla parte di una figurazione dell’uomo, non dalla parte di quello che è vero dell’uomo, ossia la sua libertà, … nel Pci c’era tutta la vita, e la vita totalizzante significava l’oppressione, non la libertà». Per questa ragione tanti partigiani sono caduti vittime di altri partigiani, perché combattevano per la libertà e non per quella figurazione dell’uomo propria del comunismo. Ma su questo argomento non si può ancora fare della serena storiografia, pena l’accusa di “apologia di fascismo”. Tale è il motivo per cui non esiste una memoria condivisa ed il 25 aprile rimane la clava della sinistra radicale contro gli avversari politici. Tale è il motivo per cui Letizia Moratti e suo padre, ex deportato a Dachau, non sono reputati degni di partecipare al corteo di Milano e vengono cacciati perché non autorizzati a celebrare la festa della liberazione dal nazifascismo. Ma, come ha scritto Galli della Loggia sul Corriere del 26 aprile, «la democrazia italiana non sa che farsene dell’antifascismo dei faziosi e dei violenti», ovvero dei Caruso e dei Farina deputati del partito della terza carica dello Stato.

 

E proprio questi “faziosi e violenti” sembrano dettare la linea a Prodi, come ha ben mostrato con grande preoccupazione il Riformista, quotidiano fondato del neosenatore per la Margherita Antonio Polito. Scriveva il 27 aprile: «Nonostante le rassicurazioni dell’ala riformista e moderata della maggioranza, l’agenda di governo prevede un road map disseminata di mine esplosive». L’articolista del quotidiano di sinistra le riassumeva in quattro punti: «la ripresa della protesta no-Tav in Val di Susa dopo il sì convinto dell’Unione europea alla Torino-Lione»; la legge Biaggi «da buttare come vorrebbe la gamba massimalista dell’Unione, o da correggere, come suggeriscono realisticamente i moderati?»; la giustizia, contrassegnata da «un’ambiguità schizofrenica perché tra i radical di sinistra albergano sia i girotondini giustizialisti sia i garantisti no limits come i no global di Bologna che hanno contestato il magistrato che indaga su di loro». «Per non parlare, infine, del tema della vendetta dopo il quinquennio berlusconiano. A Milano non è stata insultata solo la Moratti. Nel corteo sono stati fischiati e quasi cacciati anche altri esponenti di Forza Italia». Quello che ha posto Il Riformista dunque, in un’Italia già spaccata in due, è un problema politico tutto interno al centrosinistra che rischia però di dividere ulteriormente il Paese: «Certo non è piazzale Loreto, ma qualche inquietante similitudine c’è. E allora come finirà, per esempio, con quei tanti colletti bianchi di sinistra che hanno lavorato con il governo di centrodestra? L’agenda dettata dalla furia vendicativa di no global e autonomi prevede anche la caccia al collaborazionista?». Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto stiamo a vedere come si giocherà la partita per il Colle.

 

Matteo Forte

Pubblicato il 5/5/2006 alle 0.35 nella rubrica Diario.

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